GLI DEI DELLA GUERRA

Protettori della Vita

 

 

Nell’immaginario comune il Dio della Guerra è un guerriero, spesso un eroe, di bell’aspetto, muscoloso, a volte giusto e a volte irruento e rissoso, devoto al suo ruolo di portatore di morte, che riveste un ruolo nel pantheon divino limitato a questa funzione. Ma chi sono realmente queste divinità? Spesso nelle culture antiche, gli Dei della Guerra o anche rappresentati come grandi guerrieri, sono figure legate alla terra, alla fertilità, alla difesa della vita stessa da un nemico che può essere sia fisico sia spirituale o magari anche ambientale. Se nel mondo moderno la Guerra è conosciuta solo nel suo aspetto più negativo di apportatrice di morte, devastazione e ingiustizia, nell’antichità essa era invece contemplata anche nella sua funzione positiva, dove la violenza non era fine a se stessa bensì un mezzo al servizio della Giustizia e della difesa. E questo principio era incarnato proprio da quelle divinità guerriere che, attraverso le loro gesta mitiche, rammentavano come la Guerra potesse esprimere quelle virtù eroiche che oggi sono state dimenticate, come ad esempio l’onore, il sacrificio volto ad un bene superiore, la forza, il coraggio, la nobiltà d’animo e il semplice dinamismo satanico che spinge a mettersi alla prova attraverso lo spirito stesso della battaglia personale e collettiva.

 

TRADIZIONE CELTICA: Un esempio eclatante di ciò lo abbiamo in Ogma/Ogmius, il Dio della Guerra celtico, il campione degli  Dei dei Tuatha De Danann, stirpe divina che conquistarono l’Irlanda. I Celti, storicamente parlando, erano guerrieri feroci che spesso affrontavano la battaglia nudi, impavidi, senza alcuna paura della morte, visti dai conquistatori dell’Impero Romano come dei barbari privi di ogni “civilizzazione”. Nel De Bello Gallico, lo stesso Cesare ci fornì molte informazioni su di essi e i loro Dei, anche se analizzate sulla base della sua cultura. Nonostante fra Celti e Romani ci fossero stati dei dissidi, Egli stesso notò come questo popolo apparentemente incivile nascondesse una spiritualità così profonda da mutare l’atto violento della Guerra in una forma di espressione spirituale molto più ampia. Il guerriero celtico affrontava la battaglia “invasato” dallo spirito della Guerra stesso, traeva forza e coraggio dalla propria forza spirituale e da specifici rituali nei quali spesso si assumevano alcool e droghe naturali. Cesare notò quasi con stupore come la cura del corpo facesse parte di questo “spirito guerriero”: non vide mai un Celto, che egli fosse un semplice contadino o un nobile, vestito di stracci o sporco. Non c’era guerriero che non purificasse se stesso sia nell’anima che nell’ “involucro” che rispecchiava l’Essenza di cui il suo spirito era fatto. Ogma/Ogmius , come Dio della Guerra, era descritto fisicamente molto bello, vestito di armatura e ben armato (espressione della perfezione corporea di cui necessita un vero guerriero) ma al contempo era anche un druido, un essere tanto sapiente da creare quello che viene chiamato l’Alfabeto Ogamico, ossia la scrittura sacra dei Celti. Tale alfabeto era molto semplice: una serie di linee verticali, orizzontali e oblique che rappresentavano le varie lettere, usata solo ed esclusivamente per riti magici, in quanto erano convinti che la scrittura “fissasse” l’incantesimo nel tempo. Ogma ha un ruolo quasi marginale nelle grandi battaglie mitologiche, in alcuni miti addirittura sembra voler ripudiare la violenza stessa della lotta. Egli è il Dio dell’Eloquenza, la cui arma più fatale non è la lancia o la spada, bensì la parola. Secondo la filosofia celtica, infatti, la “Parola”, la Sapienza, la Conoscenza, era considerata l’arma più letale che un uomo potesse possedere, quindi non è strano che proprio il Dio della Guerra lottasse più con l’uso del Verbo che con le armi.

 

TRADIZIONE EGIZIA: Un altro Dio guerriero che assunse nel tempo una configurazione del tutto negativa fu il Dio egizio Seth. Seth è noto dai più come Dio del Caos e della distruzione, il vile uccisore di Osiride, l’avido di potere e nemico di Horus. Nella mitologia assume l’aspetto di tutto ciò che è negativo, a volte appare persino poco intelligente rispetto gli altri Dei, vigliacco e ingannatore. Ma Seth era considerato anche il Dio delle genti straniere, inteso come colui che poteva proteggere gli Egizi dall’invasione dei nemici, intervenendo contro di loro per impedirgli di vincere. Quando poi le aspre guerre cominciarono a devastare le terre e i popoli d’Egitto, Seth divenne il nemico dell’Ordine Cosmico.  Eppure, prima che assumesse questi connotati dovuti principalmente ad eventi storici, egli era “il Grande Guerriero difensore del Sole”, dettaglio che continuerà a sopravvivere anche nelle epoche successive, nelle veste di Ra che parteggia sempre per Lui. Seth con la sua lancia difendeva la barca solare dall’attacco del Serpente Apophi, permettendo così che il Sole continuasse ad avanzare nel suo cammino al fine di garantire la continuazione della vita. E questo aspetto in verità non si perderà mai totalmente: la protezione che infatti il Dio Ra offre sempre a Seth (quindi la luce solare, espressione di tutto ciò che è positivo, che protegge l’oscurità di cui necessita per vivere), dimostra chiaramente come la Guerra sia vista  come un atto violento di cui avere paura, che porta disordine e minaccia l’esistenza di ogni forma di vita, ma che al contempo si rivela indispensabile per proteggere e portare avanti l’Ordine naturale, l’Esistenza stessa del Tutto e l’Evoluzione in questo mondo materiale. Storicamente parlando, gli Egizi, come tanti altri popoli, non lesinarono certo con violenze e battaglie per le loro campagne di conquista, ma a livello mitologico e religioso la Guerra rappresentava la forza caotica di cui la Luce e di conseguenza la Vita hanno bisogno per Esistere, sia a livello terreno che spirituale.

Sempre presso gli Egizi, oltre al sopracitato Dio Seth, non possiamo non ricordare anche Onuris, divinità della guerra ma, anche in questo caso, della caccia. Egli era patrono dell’esercito egizio ed era appellato come “distruttore dei nemici” e “salvatore”, ma anche come “difensore del sole”, esattamente come Seth. Questa funzione di protezione verso il sole è un chiaro segnale di come in seno agli Egizi il ruolo del dio guerriero venisse osservato nella sua veste di custode della luce piuttosto che di aggressore della stessa. Onuris è stato spesso associato al dio primordiale Shu, un dio dell’aria noto per aver separato Geb da Nut, metafora della generazione della vita attraverso un atto apparentemente violento come il “separare”. Tale Dio era raffigurato con una lancia in mano, il capo adorno di piume e la testa di leone. L’Egitto però contava molti Dei della Guerra, come ci racconta Khaibit in questa accurata analisi:

 

L'Antico Egitto come lo conosciamo oggi si può dire sia stato forgiato dalla guerra: è con l'unificazione dell'Alto e del Basso Egitto per mano di Narmer, infatti, che nasce la Prima Dinastia, dando vita ad un regno che, tra alti e bassi, prospererà per più di 3000 anni.Non c'è dunque da stupirsi per la grande quantità di divinità associate all’arte bellica che fanno parte del pantheon egizio:

Sekhmet è la furia inarrestabile, l'ira bruciante che annebbia la mente ed incenerisce i nemici. Il suo nome significa La Potente, e non è un caso che persino il grande Ra, suo padre, debba ricorrere ad inganno e stratagemmi per placarne la sete di sangue. Dea leonessa, grande protettrice dell'Alto Egitto e del Faraone, simboleggia audacia e temerarietà in combattimento, sempre pronta a gettarsi nella mischia e sputare fiamme sui nemici del regno e sui trasgressori di Ma'at. Sekhmet è anche Signora della Vita, capace di scatenare o impedire epidemie a proprio piacimento, ed era invocata dagli antichi egizi per proteggerli dalla malattia.

Bast è la lama celata dietro a un delizioso abito di seta, è la fiamma capricciosa che ora danza sulla cima di una candela e un attimo dopo divampa famelica, divorando tutto ciò che desidera. È l'irresistibile figlia di Ra, che può sedurti  con la sua grazia o incenerirti con la potenza dell'occhio solare. Patrona del Basso Egitto, protettrice della casa e del regno, nutrice del faraone, è la dea felina che sotto le spoglie del docile gatto cela la ferocia della leonessa. È la dea che, vanitosa e scaltra, prende ora il posto di Hathor, ora quello di Sekhmet, adattata e reinventata continuamente senza mai perdere la propria reale essenza.

Neith è la Grande Madre, Mehet-Weret, La Grande Inondazione, la Vacca Celeste che emerge dalle acque primordiali per creare il mondo. "Colei Che È", "La Terrificante", Neith è l'antica e saggia tessitrice della realtà. Potente e complessa, è al tempo stesso  Dea creatrice, dispensatrice di conoscenza e signora della guerra. "Signora dell'Arco, Regina delle Frecce", il suo simbolo è lo scudo con le frecce incrociate, giunto a noi sin dall'Egitto Predinastico. Il feroce Sobek è sua diretta emanazione, ma nel ruolo di Mehet-Weret persino Ra è generato da lei, così come la sua nemesi, il terribile serpente Apep.

Sobek è la ferocia. La furia di Sekhmet o la brutalità di Seth hanno qualcosa di umano che li rende in qualche modo più decifrabili, ma la ferocia di Sobek è semplicemente qualcosa di primordiale e incontrollato. È il puro istinto del predatore, è semplice furia della natura. Generato da Neith, il dio coccodrillo è la rappresentazione della potenza stessa del Nilo, e per estensione del potere creativo delle acque primordiali nella loro forma più violenta. Rappresenta il vigore e la potenza sessuale e talvolta è visto come un dio primordiale che trascende l'ordine cosmico stabilito da divinità generate dopo di lui, le cui leggi può quindi rispettare o trasgredire a suo piacimento.

Horus è il comandante vittorioso, emblema stesso della regalità e del potere del faraone. È colui che tramite l’ordine e la disciplina guida il regno alla prosperità, che agisce sempre per e tramite la giustizia. Horus è una forza al servizio di Ma’at, è il dio falco al cui occhio nulla sfugge. Sempre in prima linea nella lotta al caos, guida e protegge le truppe e che tiene il male e il disordine lontani dal regno. È opposto e complementare a Seth, fratello/zio e rivale, con il quale porta avanti un’eterna battaglia che, come la danza degli opposti, non conosce fine né vincitori. Seth è infatti la sua controparte. È caos, è libertà dalle imposizioni, è il guerriero brutale e spavaldo che guida l’assalto portando morte e terrore tra le fila nemiche. È l’”outsider”, il dio della discordia e del disordine che tuttavia combatte al fianco di Ra, nel suo viaggio notturno contro le forze di Isfet. È l’apparente contraddizione, il caos creatore, la distruzione al servizio della creazione, è il male necessario in contrapposizione con quello fine a se stesso. Laddove Horus insegna l’importanza della collettività, Seth sottolinea quella dell’individualità. Laddove Horus insegna la disciplina necessaria per elevare se stessi, Seth spinge a superare i propri limiti, a distruggere le gabbie del pensiero comune, e insieme guidano l’iniziato sulla strada della divinità.

Pakhet è la cacciatrice notturna, la dea felina "dagli occhi acuti e dagli artigli affilati, la leonessa che vede e agguanta di notte". È la "Dea della Bocca del Wadi", patrona dei cacciatori dei widyan (letti di torrenti temporanei in zone desertiche) del deserto orientale. "Colei che Apre le Vie delle Piogge Tempestose", è signora delle piogge nel deserto e delle tempeste di sabbia, ma è anche Pakhet-Weret-Hekau (Pakhet che ha Grande Magia). Pur attribuita di caratteristiche solari, è una cacciatrice solitaria e notturna, che, schiva e selvatica, viaggia come un'ombra nel deserto alla ricerca di prede.

Wepwawet è "Colui che Apre le Strade", l'antico dio lupo che ha potere sulla guerra e sull'oltretomba. È colui che spiana la strada alla conquista territoriale e all'espansione del regno, che tiene lontani i nemici dalle più importanti rotte commerciali. È anche colui che da il via all'ascesa del faraone nell'Aldilà, la cui ascia viene utilizzata per spalancare la bocca del faraone nella cerimonia di "vivificazione" e che, nei testi mortuari non-reali, guida il defunto lungo il suo viaggio nell'Oltretomba.

Montu è la spinta conquistatrice, il desiderio espansionistico, il dio falco che guida le armate del faraone all'assoggettamento di nuove terre. È il dio della guerra tebano che ha guidato intere dinastie alla riconquista d’Egitto ed alla sua espansione.

Anhur è "L'Uccisore di Nemici", il patrono dell'esercito e la quintessenza del guerriero al servizio del regno. È il patrono delle arti della guerra, in onore del quale venivano organizzate finte battaglie, ed è il consorte di Menhet, che si dice abbia portato lui stesso in Egitto dalla Nubia.

Menhet è "La Massacratrice", "Colei che Sacrifica" ed è una forza distruttiva che, complementariamente al marito Anhur, guida l'esercito alla vittoria. È la dea leonessa che guida le truppe del faraone in battaglia, abbattendo con le sue frecce i nemici più pericoli tra le fila nemiche.

Maahes, "Signore del Massacro", è il dio leone che divora i colpevoli e protegge gli innocenti. "Il Signore Scarlatto" è giusto ma spietato e influenza la guerra e le condizioni meteorologiche. "Colui che Brandisce il pugnale" è generato da Bast, dalla quale eredita il proprio ruolo protettivo.

Satis è la dea arciere che difende i confini meridionali del regno, la dea antilope "Signora di Elefantina", che è associata con la guerra e le inondazioni del Nilo. È sia "Colei che Tira (con l'arco)", uccidendo i nemici del re con le sue freccie, che "Colei che Versa", purificando il faraone con vasi di unguento e benedicendo la terra con l'annuale inondazione del Nilo.

Sopdu è il "Signore dell'Est", padrone e difensore dei confini orientali. È il falco accovacciato, il guerriero Beduino adornato con un copricapo di piume, il dio astrale che, sincretizzato in Horus-Sopdu, rinasce da Iside, fecondata dal faraone nell'aspetto della stella Sirio (Sothis). Fa parte con Sothis (Sirio - Moglie) e Sah (Orione - Marito) della triade astrale che  propizia raccolti rigogliosi, coincidendo e sovrapponendosi alla triade reale formata da Iside, Osiride e Horus.

 

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TRADIZIONE GRECO/ROMANA: Proseguendo il nostro percorso fra i Signori della Guerra non possiamo non citare il più noto Dio guerriero italico, Marte, (l’Ares dei Greci), reso famoso anche da numerosi film nei quali è però descritto in maniera molto superficiale: lascivo, maligno, assetato di guerra. Sempre affascinante e vestito di armatura, viene esaltato il suo aspetto più terribile ma basta leggere un qualsiasi libro di mitologia classica per comprendere che questo è l’aspetto più tardo del suo culto. Dio di origini molto antiche era evocato come protettore delle greggi, dei raccolti  e dei campi coltivati; veniva onorato insieme a Cerere negli Ambarvalia. Successivamente, con l’arrivo di popoli ostili, venne invocato come protettore di questi campi contro i nemici, per cui si mutò nel Dio della guerra. Era anche il Dio protettore dei giovani che in primavera partivano verso nuove terre, guidati dai suoi animali simbolo: il lupo e il picchio verde. Anche presso i Celti, quando entrarono in contatto con il culto romano, Marte venne riconosciuto proprio nella sua funzione di protettore della fertilità della terra e guardiano delle tribù, come colui che combatteva e agiva da “eroe” per difendere e non per il mero gusto di fare battaglia. Numerose sono le divinità associate alla sua figura: Marte Albiorix, Marte Camulos, Marte Nabelcus, ecc. Dunque, nel caso di Marte, abbiamo un  Dio della Guerra che ha avuto origine da una figura di Guardiano, di difensore di quello che all’epoca era il fondamento della sussistenza di tutto il popolo: i campi coltivati e le greggi. Per i Romani l’atto di conquista di altri popoli era considerato un atto “dovuto”, un’azione che dovevano compiere per portare la “civilizzazione” nelle altre terre. Spesso furono usati metodi violenti e persecutori che portarono alla cancellazione di molte tradizioni estranee alla loro cultura. Da questo punto di vista, la leggendaria “nobiltà” del legionario o centurione viene offuscata dall’umana sete di potere, ma parlando in termini puramente spirituali, nelle lotte divine si manifesta questo senso puro di “dovere” e onore, espresso appunto dall’esigenza di  portare a tutti ordine, leggi e civiltà.  Altra nota interessante riguardante Marte è il famoso rapporto con Venere. Venere, Dea dell’amore e della bellezza, sposata al “brutto” Efesto, fu l’amante più famosa che fu attribuita al Dio della Guerra, sposato secondo i Sabini a Neria o Neriene, forma femminile di Nero che equivale al termine “forte”.  L’unione tra Guerra e Amore, l’unione carnale fra i due Dei, si può interpretare dunque come l’unione tra la violenza della battaglia e il sentimento che spinge l’essere umano a combattere. La forza delle emozioni che guidano la mano del guerriero, sia quando esso combatte nel giusto che per vendetta. In questo caso la Guerra è intesa come la lotta interiore dell’uomo, dove l’Emozione  (Venere) guida la mano che impugna la spada (Guerra) per compiere un atto violento guidato da una virtù o dalla violenza delle proprie emozioni.

 

MESOPOTAMIA: Un altro Dio della Guerra associato ai raccolti, più specificatamente all’irrigazioni dei campi, e alla caccia è Ninurta, figlio di Enlil, Dio cosmico della cultura Mesopotamica. Ninurta è protagonista di molte vicende mitologiche che lo vedono come l’eroe, il forte e il coraggioso combattente che lotta contro feroci nemici: è raffigurato come uccello del tuono che viaggia su un cocchio a ritorno di una battaglia.  In un noto mito, egli viene eletto campione degli Dei e mandato a recuperare le tavolette del destino rubate da Anzu, l’uccello della tempesta. Come Dio dei temporali veniva evocato e citato negli inni e nelle preghiere per favorire la fertilità, la crescita della vegetazione e l’irrigazione dei campi. Quindi, anche in questo caso, Ninurta è il legame tra la prosperità del popolo, sia mediante l’abbondanza di risorse, sia tramite la guerra intesa come mezzo per proteggere e portare avanti il successo di una città, paese o tribù. In Ninurta si ritrova anche il concetto di caccia, che unita alla Guerra ma anche all’irrigazione dei campi, ne dà un valore sacrale. In molte culture antiche la caccia aveva un significato animico-spirituale dimenticato nel tempo a causa dell’abbondanza delle risorse per vivere, ma anche e soprattutto per lo scarso valore che viene attribuito in seguito alla vita animale.  La caccia era un momento sacro, un duello alla pari con l’animale cacciato. Si onorava il sacrificio dell’animale, si onorava la “guerra” tra l’uomo e la bestia, non si cacciava più di quanto era necessario per vivere. La loro morte assumeva il carattere di comunione tra l’uomo e la Natura. Infatti, così come in Ninurta, il Dio cacciatore era anche il Dio protettore degli animali stessi. Da questo punto di vista non si parla di una “guerra” a livello fisico come inteso oggi, ma di una “Guerra” per la sopravvivenza, un dono che la Natura fa all’uomo, il quale deve saper conquistare mostrando pietà e risolutezza. Nella mitologia mesopotamica come Dio della guerra troviamo anche Nergal, figlio di Enki e Damkina e sposo di Ereshkigal, la Signora degli Inferi. Anche Lui, come molti Dei della guerra di ogni cultura, è connesso al il fuoco e al calore solare.

 

AZTECHI: Spostandoci nel continente americano troviamo importanti Dei della guerra dalla natura molto sanguinaria. Nel culto Azteco in particolare gli Dei della Guerra erano numerosi, ricordiamo ad esempio Mixcoatl, detto anche il “serpente nuvola” o semplicemente “tempesta”, elemento atmosferico a cui era legato, insieme anche alla stella del nord e alla Via Lattea. Mixcoatl era dio della guerra e della caccia, nonché padre del Serpente Piumato Quetzalcoatl, dio della saggezza molto importante presso gli Aztechi. I suoi colori sono il bianco e il rosso e a Lui sono collegati gli spiriti dei guerrieri morti con onore che, una volta trapassati, divenivano stelle, ossia anime divine. Altro dio azteco della guerra è Xipe-Totec, dio che oltre alla battaglia patrocinava anche l’agricoltura, la primavera e il ciclo delle rinascite dopo la morte. Anche qui possiamo cogliere il lato protettivo degli dei marziali, infatti Xipe, detto per l’appunto “lo scorticato”, sacrificò la sua stessa pelle per nutrire l’umanità. E poi ricordiamo anche Huitzilopochtli, dio della guerra e del sole, era associato al sud, e infatti veniva soprannominato “colibrì del sud” o anche “colui che viene dal sud”. Egli veniva rappresentato con il volto nero e piume di colibrì, con un serpente e uno specchio nelle mani e a Lui venivano spesso offerti sacrifici di sangue. Si può notare che nel caso degli amerindi gli Dei della guerra sono rappresentati maggiormente nella loro componente cruenta piuttosto che in quella etica tipica invece di altre tradizioni analizzate o per lo meno questo è quanto ci è ad oggi pervenuto.

 

ARABIA: So che ad oggi può sembrare strano immaginare in terra islamica la presenza di credenze pagane, eppure anche questa parte di mondo ha avuto il suo pantheon di Dei pre-islamici. A parlarcene è Kate Ecdysis, di cui riporto la parte sugli Dei Arabi della Guerra.

 

Nell'insieme dei Pantheon dell'Antica Arabia Pagana troviamo moltissimi Nomi Divini legati alla Guerra. Non è semplice analizzarli tutti in modo dettagliato, perché purtroppo non tutte le cose sono state tramandate fino a noi, e molte volte mancano troppi elementi per poter eseguire comparazioni e confronti – tuttavia è possibile, osservando il quadro d'insieme, capire anche un po' di più il poco che abbiamo riguardo gli Dei. Gli Arabi Antichi erano un popolo formato da tante tribù, che non sempre erano vicine o in contatto tra loro, e che spesso accoglievano e integravano le influenze dei popoli confinanti: per raggiungere la loro origine pura dobbiamo cercare nel cuore del Najd, là dove i primi Beduini hanno delineato le più antiche forme di Culto. Beduino, che in Arabo si dice Badawi, deriva infatti dalla parola Bedaya, che significa “origine”. I Beduini erano (e ancora oggi sono, i pochi che restano) un popolo pacifico e fiero, capace di vivere in totale armonia con una Natura aspra e selvaggia, eppure capace di offrire loro nutrimento e quotidiana Bellezza. Per loro la Guerra era, più di ogni altra cosa, una Nobile Arte. A nord del Deserto del Najd vi era il culto di Shay-Al-Qawm, il Dio della Guerra il cui Nome significa “Colui che protegge”, e che veniva invocato sempre prima di ogni battaglia. In tempo di pace Shay-Al-Qawm non veniva mai dimenticato, perché era anche Dio della Notte, degli accampamenti e dei viaggi attraverso il Deserto. Sono state rinvenute iscrizioni dove viene chiamato “Shay-Al-Qawm il Dio'”, e altre ancora dove è associato a Dushara, Colui che è detto “il più Grande di tutti gli Dei”.

I discendenti dei Beduini sono arrivati fino allo Yemen, ed è laggiù, nel profondo Sud dell'Arabia, che troviamo Athar, Dio della Guerra e dell'Acqua. L'aspetto Guerriero di Athar non è affatto marginale – infatti il suo simbolo è una punta di lancia – tuttavia la sua peculiarità principale è quella di comandare l'acqua in ogni sua forma. Era conosciuto in molte parti d'Arabia con molti appellativi, tra cui Il Celestiale, Il Radioso, Lo Sposo di Shams.(che è la Dea del Sole) e “La Stella del Mattino”. ìNella regione dell'Hegiaz, dove sorge la città di La Mecca, il Dio della Guerra e della Vittoria è Hubal. Era raffigurato come un uomo maturo con la barba, in posizione seduta, e la sua statua, interamente realizzata in agata rossa, era stata posta sul tetto della Ka'bah. Gli uomini lo invocavano ogni volta che scendevano in battaglia, perché Lui aveva il potere delle Vittorie. In tempo di pace, gli Arabi andavano a rendergli omaggio alla Ka'bah e gli chiedevano oracoli tramite la divinazione con le frecce. Un fatto curioso è che ad un certo punto, non si sa come né quando, un braccio della statua rossa si ruppe, e siccome i Quraysh tenevano Hubal in gran conto, confezionarono un nuovo braccio in oro massiccio e lo fissarono in luogo del braccio mancante. Hubal, oltre che della Guerra e della Vittoria, è anche Dio delle Piogge benefiche e della Divinazione, e di Lui si è detto molte volte e in molti modi che fosse legato a ciascuna delle tre Al-Gharaniq, che sono le tre forme della Madre secondo il paganesimo Arabo. In lingua Araba, ha-baal significa Il Dio, e in Aramaico Hu vuol dire Spirito e Baal vuol dire Signore, ed ecco che Hubal Rabb-al-Bayt, il Signore del Santuario, esce dai confini d'Arabia e ci porta lontano. Gli Dei Arabi della Guerra sarebbero ancora molti, ma concluderemo parlando ancora di un solo Sacro Nome: Al'Uzza, Colei il cui Nome significa La Potentissima e La Veneratissima. Tutta l'Arabia la conosceva: Lei era la Dea della Guerra e delle Vittorie, ma anche delle Stelle e della Prosperità. Manat, Allat e Al'Uzza sono le tre Al-Gharaniq menzionate nei famosissimi Versetti Satanici, le Prime, figlie e le spose del Dio di Tutti gli Dei e al contempo le spose e le madri del Rabb-al-Bayt, il Signore del Santuario: Esse sono le tre forme della Triplice Madre. E anche qui, ancora una volta, la Madre manifesta la sua forma Guerriera, portando nel Sacro Nome di Al'Uzza l'equilibrio meravigliosamente ambivalente che sta tra Vita e Morte: formidabile Guerriera e terrifica distruttrice, Al'Uzza è al contempo Guaritrice generosa e dispensatrice di vivificante bellezza, perché tutto ciò che esiste di Sacro sotto al cielo stellato le appartiene.

 

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LE DEE DELLA GUERRA: La conclusione di questo interessante pezzo di Kate ci introduce ad un altro aspetto importante del mito della Guerra, ossia le Dee guerriere. Gli Dei della guerra, infatti, non sono solo in forma maschile. Una delle più note Dee della guerra è la romana Minerva, nota ai greci come Atena. Minerva è una divinità italica antichissima, discende dalla Menrva etrusca ed è considerata la dea della guerra giusta, della battaglia combattuta con lealtà e onore, dell’eroismo e del coraggio. Minerva però non era una Dea della guerra fisica quanto più potremmo dire che Ella patrocinasse la strategia marziale, l’astuzia e l’ingegno, qualità indispensabili da sfoderare sul campo di battaglia. La forza della Dea non stava tanto nella forza fisica quanto nella forza mentale e spirituale, qualità che, se unita alla sua propensione verso le virtù eroiche, fa pensare ad una Dea delle guerre ideologiche, delle sfide personali dell’individuo, delle lotte sociali volte ad una giusta causa. Minerva era anche protettrice degli artigiani, amava la gente creativa e ricca d’ingegno, e Lei stessa avrebbe inventato il carro e il telaio. In tale circostanza si può notare che questa Dea della guerra non è collegata all’agricoltura ma all’artigianato, pertanto la produzione di opere, sebbene alcune utili alla cura della terra. I suoi simboli sacri sono la civetta, l’ulivo, l’egida e la lancia. Per quanto riguarda l’aspetto più cruento della Guerra vi è da ricordare la Dea Morrigan, “la Grande Regina, la Signora dei fantasmi”. Triplice Dea poteva palesarsi in numerosi aspetti: Macha, Nemain (la frenesia, follia della battaglia), Badb (la cornacchia), la lavandaia del guado (chi la vedeva lavare la propria armatura in sogno, presagiva la sua morte; si dice che aveva sempre lo sguardo triste perché portatrice di cattivi presagi),  tre streghe  o donna bellissima vestita con un velato abito rosso (sotto questo aspetto tentò di sedurre l’eroe Cu Chulainn che la respinse). Anche in questo caso, abbiamo un legame tra la guerra e la sessualità. Secondo il mito, il “Dio Buono” Dagda la incontrò presso un fiume e la vide nuda, mentre faceva il bagno. Morrigan posava un piede su una riva e uno sull’altra sponda e portava i capelli intrecciati in 9 trecce. Si unirono carnalmente, in questo modo il Dagda si assicurò il suo aiuto e la sicura vittoria in guerra per i Tuatha De Danann. Anche in questo caso è un unione simbolica, perché è l’unione tra la forza della volontà, della luce, dell’abbondanza (Dagda portava con sé un calderone magico che era perennemente pieno di cibo e acqua, garantendo la sopravvivenza), con la forza fisica della tenacia, del coraggio, della frenesia e della follia della guerra; l’aspetto virtuoso e il puro ideale con la brutalità e la violenza necessaria all’atto della Guerra. È interessante notare che Morrigan fisicamente non è mai scesa in battaglia, ma agiva usando la magia druidica (lanciava palle di fuoco, privava gli uomini del coraggio e della forza, ecc.), ponendola quindi anche al rango di maga e veggente, ma anche come grande Sapiente; i druidi erano considerati infatti gli uomini/donne più saggi, tanto che erano ritenuti anche al di sopra dei Re e potevano influenzare con le loro decisioni ogni azione. Nella sua figura dunque si riuniscono guerra, sapienza, sessualità e magia. Esistono anche figure di Divinità Guerriere che sono feroci e puramente maligne, ma sono in numero davvero molto più irrisorio rispetto a quelle che in Verità incarnano la “giusta” Guerra e l’azione difensiva della battaglia. In Mesopotamia si trova la Grande Dea Madre Ishtar/Inanna. In un inno, Preghiera Enheduanna in forma di inno” si parla di Inanna come:

 

Regina dei decreti divini, luce radiante, donna che dà la vita, amata dal cielo e dalla terra, la Suprema”.

 

È pertanto evidente che il suo legame con la Guerra è solo un piccolo aspetto rispetto alla sua grandiosità. Essa è la forza rigeneratrice della natura, della vita stessa. È la rinascita dalla morte, la morte che è necessaria alla vita così come si evince dal mito della Sua discesa agli Inferi, dove viene spogliata di ogni bene materiale e poi ritorna alla terra più forte di prima (il ciclo della Natura, che muore d’inverno e rinasce a primavera). Inoltre è da sottolineare il suo legame con la sessualità. Si celebrava un rituale dal nome hieros gamos, un matrimonio sacro durante il quale il re si univa carnalmente all’interno del tempio con una prostituta sacra che doveva incarnare appunto Inanna/Ishtar. Tale rito aveva lo scopo di garantire la prosperità della terra, unendosi simbolicamente con la pura forza vitale. Il legame tra Guerra e Sessualità è presente in più tradizioni e in più divinità, ed è una associazione molto particolare e interessante che in parte abbiamo già colto nell’unione fra i nostrani Marte e Venere. Durante l’atto sessuale vi è la comunione di due opposti rappresentati dal Dio Femminile e il Dio Maschile, raffiguranti dunque l’equilibrio necessario per giungere alla vittoria finale. L’unione con un Dio o Dea della Guerra, dà garanzia di protezione e forza. L’atto sessuale in questo caso rappresenta il vigore, l’atto supremo di forza di un sentimento, della virtù che dà il coraggio di andare avanti senza il timore della morte. È l’azione che dà potere e legittima la battaglia, è la “giusta” azione da compiere in equilibrio tra moralità, onore e brutalità, crudeltà. Un rituale simile era usato anche dai Celti, ma per l’elezione del nuovo re, il quale doveva unirsi carnalmente con una delle Dee che incarnavano, ad esempio, la terra stessa di Irlanda. Secondo alcuni testi, il re doveva unirsi carnalmente con una giumenta, animale psicopompo che rappresentava l’unione dei due mondi. Uno dei mitici Re più famoso della stirpe divina celtica irlandese fu Nuada. Presso questi popoli il Re veniva scelto tra i rappresentanti della casta militare: era colui che aveva mostrato più coraggio, più forza, più sapienza (i campioni e gli eroi dovevano avere buona cultura, saper creare e conoscere la poesia, ecc.), integro nel corpo e nell’etica. Gli Dei non facevano eccezione a questa regola, dunque Nuada era anche un Dio-guerriero. Come sovrano esplicava questa funzione, garantendo l’abbondanza delle risorse (sia alimentari che di mezzi militari), distribuiva equamente i beni e sapeva sfruttare al meglio le qualità e capacità di ogni membro dei Tuatha De Danann, la stirpe divina.  Egli era la forza motrice delle truppe, era la forza carismatica che incitava i guerrieri e punto stabile per ogni forza messa in campo. Durante la prima battaglia di Mag Tured contro un'altra stirpe divina, i  Fir Blog, perse un braccio durante una sfida e fu costretto ad abdicare in quanto venne meno la perfezione richiesta per il suo ruolo, dato che il braccio destro rappresentava appunto il potere e la capacità distributiva. In seguito gli fu applicato un braccio d’argento, poi sostituito con un braccio in carne e ossa, potendo risalire al potere.  La figura del Dio-Re Nuada incarna un aspetto della Guerra, ossia la capacità di equa distribuzione delle forze e del giusto scopo per cui si sta combattendo.

 

TRADIZIONE NORRENA: L’amputazione del braccio (oltre a farci pensare al curioso caso della statua del Dio arabo Hubal) ricorda un episodio simile in cui un altro Dio subì una mutilazione: Tyr, il Dio Norreno della “giusta Guerra”, del coraggio e del Valore. Mentre Thor è la forza fisica, la furia del guerriero, la brutalità del combattimento, Tyr è l’aspetto più spirituale: è il coraggio di affrontare ogni sfida, con onore, è la nobiltà della guerra, è il sacrificio che bisogna compiere per un fine più grande di se stessi. Tyr era l’unico degli Asi (gli Dei norreni) che aveva il coraggio di sfamare Fenrir (lupo figlio di Loki e una gigantessa). Quando divenne troppo grande e pericoloso, gli Dei vollero incatenarlo grazie a un inganno, ma Fenrir che non si fidava chiese che uno di loro gli ponesse la mano in bocca come prova che non c’era inganno nel loro intento. L’unico che si offrì fu Tyr. Quando il Lupo  Fenrir si rese conto di non potersi liberare strappò la mano al Dio.  Secondo alcuni studiosi, la mutilazione di Tyr ha un doppio significato: è il sacrificio necessario per raggiungere un bene più grande, è l’uomo che deve sacrificare parte di sé per giungere all’apice della sua esistenza spirituale (ricordiamo ad esempio Odino, che diede un occhio in cambio dell’infinita saggezza), ma è anche la “punizione” che Tyr subì per esser venuto meno alle virtù che incarnava, ossia l’onesta e l’onore della Guerra (partecipando consapevolmente all’inganno, rinnegò se stesso). A tal proposito vorrei riportare una breve riflessione di Jennifer Crepuscolo sul significato del braccio di Tyr, tratto da un suo recente post facebook sulla simbologia del Tridente. (Dato che il post era lungo, ho deciso di riportarne solo un pezzo; al fine di una più chiara comprensione di questo stralcio su Tyr debbo premettere che nella parte iniziale del post Jennifer paragonava il Tridente alla Y pitagorica, simbolo della scelta fra sentiero di mano destra e sentiero di mano sinistra. Il Tridente era dunque emblema puramente satanico poiché portava alla completezza, la Terza Via oltre la dualità destra e sinistra, luce e oscurità.)

 

(…) Altro simbolo nordico che richiama il Tridente è la runa Algiz, simbolo di protezione, ed esistono infatti rituali di bando dove il Praticante si circonda di rune Algiz rosse per scacciare energie ed entità ostili. Allo stesso modo in Oriente si usano piccoli tridenti stilizzati negli Yantra di protezione, mettendo per esempio al centro del glifo il nome della persona da proteggere e attorno i Tridenti con le punte rivolte all'esterno. Ma tornando ad Algiz occorre ricordare che oltre che protettiva è anche una runa d'illuminazione. Mi verrebbe infatti da pensare che la stessa la Dea Madre (Signora indiscussa dei Culti Misterici) viene spesso raffigurata con le braccia verso l'alto che, (sommate al capo), formano una Algiz, un Tridente. Lo stesso Cristo è spesso rappresentato sulla Croce in modo simile e anche lui, da un punto di vista gnostico, può rappresentare l'Ascensione ottenuta attraverso la morte iniziatica. Idem si potrebbe pensare di Odino, il quale viene appeso all'Albero della Vita, un aneddoto che io personalmente ho sempre associato alla Discesa nella Carne, la nascita terrena, (casualmente dura infatti 9 giorni, così come la Discesa di Demetra... Forse equivale ai 9 mesi di Gestazione?) La partecipazione del Dio ad un mondo duale e terreno rappresentato appunto dalla Y pitagorica e che, in seguito al sacrificio personale, conduce nuovamente all' Ascensione, alla sacra rinascita, ossia la Terza Via del Tridente. Ultimo spunto relativo a questo ragionamento delle braccia è sul Dio norreno Tyr, equivalente del Marte Romano. Tyr era il dio della guerra, noto a tutti per il suo grande sacrificio che lo portò a perdere il braccio destro durante lo scontro con il pericolo lupo Fenrir. Il sacrificio in questione è particolare, giacchè Tyr alla fine rischia consapevolmente di perdere il suo braccio pur di proteggere gli altri Dei. Il fatto poi che perda il braccio destro mi fa molto pensare, perché simbolicamente potrebbe rappresentare proprio la parte luminosa dell'anima, il lato solare che il Guerriero è spesso costretto a sacrificare per proteggere gli altri. In questo modo la tenebra, l'aspetto sinistro e sanguinario del Guerriero, non assume più un'accezione negativa bensì diventa un elemento indispensabile per esercitare la sua funzione eroica e salvifica. Tyr infatti è sí un dio della guerra, ma è anche il patrono della Giustizia. Ecco dunque che in tale frangente la stessa violenza non è più fine a se stessa ma diviene un mezzo con cui tutelare l'ordine naturale, così la tenebra diviene custode della luce, e la stessa morte sostegno della vita.

 

INDUISMO: Parlando di divinità femminili della guerra troviamo in ambito induista un aspetto decisamente guerriero della Devi, ossia la magnanima e al contempo feroce Durga. Ella è rappresentata mentre cavalca un leone o una tigre, elemento che simbolicamente può richiamare senza dubbio la forza determinata dal controllo sugli istinti e le forze primordiali. Durga è bellissima, si dice sia stata creata dagli Dei per sconfiggere un Ente malvagio e come Ishtar anche Lei ha in sé potere creativo e potere distruttivo. Altro importante Dio della guerra del pantheon indù è senza dubbio Indra, Signore della Guerra, della folgore e della magia. Anche in questo caso troviamo una natura ambivalente, un Dio iracondo e molto violento in battaglia ma che al contempo si rivela un baluardo di sapienza, saggezza e onore. Nel caso di Indra voglio portare l’attenzione su un episodio in particolare, ossia quando uccide il fratello Vrtra ai fini della creazione.

 

“Al principio Vṛtra, il serpente costrittore, avvolgeva ogni cosa dentro sé e perciò conteneva il mondo dentro il suo stomaco. Egli era totalmente immerso nella contemplazione di sé stesso da non permettere che la manifestazione fluisse, perciò Indra per realizzare il mondo fu costretto a sacrificare il fratello. In un certo senso Vṛtra e Indra sono lo stesso principio, ma Indra volendo gustare della beatitudine di percepire l'altro, decide di distruggere il mostro costrittore e far sì che la possibilità universale contenuta all'interno di esso si realizzi in atto. Tagliando a metà Vṛtra dalle due parti si formano il sole e la luna e dal suo stomaco escono, anche qui a seconda dei mantra, acqua o vacche (simbolo delle nuvole). Vṛtra è anche considerato una fortezza inespugnabile e perciò Indra è chiamato il distruttore di fortezze. La fortezza, essendo simbolo dell'inespugnabilità per eccellenza, in termini vedici assume spesso la figura di una notte senza stelle, dell'oscurità (grande nemica di Indra), perciò Indra squarciando la notte-fortezza-oscurità, genera Uṣas (l'aurora). Dalla distruzione di Vṛtra perciò Indra ricava così l'acqua (Soma) e il fuoco (Agni)”.

 

A tal proposito vorrei riportare un pensiero di Jennifer Crepuscolo, tratti da alcuni suoi articoli. In Etica Satanica troviamo  riguardo alla Dualità questo:

 

Nel mondo fenomenico - per intenderci quello fisico – l’essere umano è soggetto alla Dualità. La Creazione stessa è il risultato di un amplesso cosmico che ha portato la Monade eterica a scindersi nella Dualità terrena, un concetto che potrei illustrarvi attraverso l’immagine di un grande Ouroboros che, spezzandosi, genera a sua volta un Caduceo. Il Grande Serpente, il Drago, diviene così i due Gemelli Divini, diviene Ida e Pingala, e attraverso queste due polarità tutto il Visibile si genera e l’anima incarnata ne ricava una via esperienziale utile alla sua Evoluzione.

 

Questo concetto viene ripreso e ampliato in Creazione dell’Universo:

 

L’intervento di una forza attiva e fulminea trasformerà un’Unità energetica primordiale in una molteplicità di energie frammentarie e intelligentemente strutturate. La Saetta dell’archetipo solare determinerà il passaggio dell’Essenza akashica da Uroboro a Caduceo. L’Uroboro è la raffigurazione di un Serpente che si morde la coda, a simboleggiare l’eternità del presente non soggetto a partizioni temporali e dicotomiche. Il Caduceo, contrariamente, rappresenta la monade uroborica scissa nei suoi due poli estremi, le due serpi Ida e Pingala che si avvolgono lungo Sushumna, pilastro della stabilità umana. Il Caduceo è l’effige del mondo materiale, l’energia amorfa dell’Origine che si separa per generare la dualità terrena, proiezione in cui l’Anima esperisce la Vita. Dall’unione carnale della Saetta Solare e della Serpe lunare, nascono i Sacri Gemelli, reggenti del mondo, uniti dallo stesso seme, seppur indipendenti, speculari e opposti.

 

E infine in Definirsi Satanisti fra Etimologie e Significato alla etimo greca di Diavolo troviamo:

 

Diavolo quindi significherebbe “colui che divide” e secondo il pensiero cristiano questo viene interpretato come “colui che vuole dividere l’uomo da Dio”. La mia teoria è che Satana, in quanto creatore, sia colui che divide, ossia crea la polarità per poter dar luogo al mondo fenomenico, permettendo così alla nostra anima di fare esperienza. Colui che divide l’Oroboro, simbolo dell’assenza di spazio, forma e tempo, e crea il Caduceo, il doppio serpente, la dualità del mondo materiale, fatto invece di forma, spazio e tempo, un luogo in cui conoscere, imparare e ascendere. Non a caso il caduceo ha un significato positivo, di illuminazione e sapienza. Diavolo diventa colui che separa l’Uno e genera la vita, genera le differenze, la varietà; Diavolo chi separa la Stasi e ne crea il Dinamismo, il suono, la vibrazione. Diavolo che come una folgore che separa il mare magnum uniforme delle tenebre e ne ricrea nuove forme, immagini e colori. Diavolo quindi come creatore, Bagatto,  alchimista, precursore della vita.

 

In questa breve analisi di Jennifer si nota come la divisione dell’Oroboro in due parti (Caduceo) generi in qualche modo la dualità e con essa l’esistenza terrena. Questo è nei fatti ciò che fa Indra quando taglia in due il fratello, chiamato non a caso “Il serpente costrittore” (l’Oroboro è un serpente che si morde a coda). Qui Indra fa in un certo senso la stessa cosa che ritroviamo anche in Onuris/Shu, il Dio della guerra egizio che, come abbiamo visto, al fine della Creazione deve separare Geb e Nut. Nonostante però questo atto sia senza dubbio concepito come violento, come un vero e proprio sacrificio, da esso ne sortisce comunque la vita, la luce che si genera dalla stessa oscurità. “Colui che divide” diventa pertanto il luminoso creatore, il Bagatto dei Tarocchi chiamato anche il Mago (non è forse Indra Signore della Magia?) che con la sua folgore (altro simbolo di Indra) separa le acque oscure del Caos (associabili all’Arcano Zero dei Tarocchi che precede appunto il Bagatto). Da questa ricostruzione si evince ancora una volta come un Dio della Guerra possa essere a tutti gli effetti un Signore della Vita, un Padre e una Madre, un Mago che attraverso un atto dinamico crea e protegge il creato.

 

VODU: Anche il pantheon Vodu può contare sulla presenza di divinità guerriere e ancora una volta prendo in prestito le parole di Kate Ecdysis, Satanista che da anni studia questa misteriosa e affascinante tradizione.

 

Nell'antico Dahomey la Guerra non è sentita in modo viscerale come invece accade in molte altre culture: il Vodu Ancestrale si delinea prima di tutto come Culto di Conoscenza e Guarigione, volto all'Evoluzione e al raggiungimento di uno status Divino nell'Oltre. Tuttavia ciò non significa che la Guerra non sia considerata, né che il suo valore sia misconosciuto: gli Dei della Guerra esistono anche qui, e occupano posizioni oltremodo rilevanti all'interno del Pantheon, presentando caratteristiche legate all'Arte del combattimento, unite ad altre peculiarità che ne estendono il significato anche agli aspetti metaforici, iniziatici, archetipici e rituali. Il primo di tutti è Ogun, Divinità Ancestrale e purissima filiazione della Prima Origine. Ogun ha una meravigliosa ambivalenza: Egli ama più di tutto dare il bene, dispensare il benessere e promuovere la pace, eppure allo stesso tempo combattere gli piace, e in questo è davvero formidabile perché è un vero Maestro, svelto, abile, intelligente e forte. Oltretutto è invulnerabile - e neppure il fuoco può scalfirlo, perché la Sua Essenza deriva dal Magma Arganyu Shola - eppure anche in tempo di pace Ogun non si annoia mai, perché sa costruire armi con impareggiabile maestria, è un inventore geniale ed è anche un eccellente costruttore di rifugi. Come se non bastasse, ama insegnare le sue Arti agli Uomini: di Lui si dice che un tempo venne sulla Terra con un corpo di Uomo e diventò un Re, per poter avere la possibilità di insegnare alle persone. Insegnò tutto quello che gli uomini poterono imparare, e poi se ne andò via, aprendosi la strada attraverso la foresta con efficaci fendenti di machete, perché è questo che fa Ogun: ovunque va, qualunque cosa fa, Lui apre strade. Temibile, bellissimo, terribile eppure benevolo, il Suo Valore più importante è la Giustizia e la Sua Manifestazione è il Tuono, che riecheggia il rumore della Guerra, eppure promette pioggia per rendere fertile la Terra.

Così come non c'è Tuono senza Fulmine, allo stesso modo non c'è Ogun senza Shango. Potentissimo Dio del Cielo, Shango crea e governa il Fulmine, e dal Fulmine sprigiona il Lampo che biancheggia, impietoso, sulla nuda realtà dei fatti: il primo Valore di Shango è Verità. Non ha mezze misure e non si preoccupa di darsi alcun contegno, perché Shango è emozione, passione impetuosa, rapidità incontrollabile. Intelligente oltre l'immaginabile, il suo pensiero è immediato, la sua capacità reattiva è subitanea: impareggiabile maestro del combattimento, dell'Arte della Guerra Egli governa più di tutto la Tattica e la Strategia. Formidabile e terrificante, Shango è inarrestabile, violento, impetuoso: lo è nell'estasi sublime tanto quanto nell'aspetto più oscuro della Morte. Lo è anche quando ride e gioca, perché Shango è così, a lui non importa niente di volersi dare un tono perché non ne ha bisogno. I fulmini non gli fanno niente e allora si diverte a scagliarseli sui genitali per vedere che faccia fa la gente, e ride di gusto, perché chi è consapevole della propria forza ride senza alcun timore. Camminare con Shango è bellissimo e terribile. Maestro dell'Arte della Guerra e della Magia, Egli spinge a fronteggiare ciò che è imprevedibile, cavalcando il vento del cambiamento repentino e abbandonando ogni formalità - tuttavia, per Shango la Giustizia è un valore imprescindibile, e chiede molto impegno ai suoi devoti, spesso mostrandosi severo al limite della violenza: al discepolo di Shango è richiesto di sviluppare un equilibrio sovrumano e una disciplina ferrea. In cambio, Shango non lascerà mai soli quelli che reputa degni, combattendo al loro fianco sia nel mondo spirituale che in quello materiale, li avviserà dei pericoli, li proteggerà strenuamente e colpirà con durezza chi oserà tentare di far loro del male ingiustamente. Ancestrale quanto Ogun, anche Shango è parte delle primissime filiazioni dell'Origine, e in un certo senso è parte di Ogun stesso: ne abbiamo sentore già contemplando i loro Veve, ma più di tutto ce lo mostra con chiarezza sconcertante il Veve di Sobo-Badeh.

Sviluppato come una grande V, questo Veve presenta su ciascuno dei due assi quel che può sembrare a prima vista una lettera dell'alfabeto su ciascuno. La S di Sobo ci rimanda al Serpente, la B di Badeh ci rimanda alle corna dell'Ariete - e come vedremo, questo è molto significativo. Cercherò di essere più concisa possibile. Sobo è Colui che raccoglie i Fulmini, Badeh è Colui che raccoglie il Vento, e ciò significa che Essi ne dispongono così come un contadino raccoglie i frutti del suo campo. Sobo fa parte dei Lwa Rada dell'Aria e del Fuoco ed è un Guerriero molto forte e saggio. Il suo altro aspetto è il Guaritore. Sobo ha un gemello, che si chiama Legba Carrefour (=Met Kalfou) e a volte capita che possano apparire insieme: quando questo accade, Sobo assume sempre la funzione di Medico e Guaritore, mentre Carrefour si svela nella sua antica Essenza di Sakpata, Colui che è il Mistero dell'Aria e del Vento, e che è in grado di portare la malattia e la devastazione (anche se preferisce di gran lunga portare Conoscenza e benessere, donare l'abbondanza dalla Terra, e insegnare la maestria nel lavoro manuale). L'arma di Sobo è un'ascia bipenne, costruita con le corna di un caprone che Sakpata gli donò: così, da sempre, quando il fragore dei tuoni echeggia in cielo produce un suono che ricorda lo scontrarsi delle corna, ed è il rumore della Guerra eterna per il mantenimento dell'equilibrio tra Creazione e Distruzione. Il Caprone, che è il Messaggero di Sobo, è anche simbolo di Badeh – e questo ci rimanda alla B sul suo asse del veve, che ricorda appunto un palco di corna stilizzato. Badeh contiene in sé gli aspetti distruttivi di Sakpata, e qui il cerchio si chiude, siamo arrivati al punto in cui ci rendiamo conto che Sobo-Bade sono due ma sono anche una cosa sola. Qui viene il bello: Sobo-Bade ha anche altri Nomi, uno dei quali è Ogou-Shango.

Altro particolare significativo che accomuna Ogun e Shango è la loro sposa: Oya, conosciuta anche come Yansa o Aveji Da, è la Madre del Caos, Signora del Fuoco e del Vento. Di Lei si dice sia stata sposa di entrambi i formidabili Dei della Guerra – eppure Lei è nata dalla Mawu insieme a Loro, parte integrante dell'Origine ancestrale. Oya è il Vento ed il Respiro,  Colei che avanza fiera con le fiamme nelle mani e danza in spirali senza fine, portando la Devastazione per distruggere la Stasi. Lei è il Cambiamento, è la Distruzione che annienta ciò che è destinato a ristagnare, è la Tempesta che spazza via l'inutile e sgombra l'orizzonte. Guerriera formidabile, maneggia il Machete con maestria, sia nelle Guerre combattute sulla Terra, sia nel Mondo Astrale. Dove passa Oya nulla resta fermo, il campo si sgombra, l'orizzonte si apre sull'immenso e la rinascita diventa una realtà possibile. Allora Lei resta, e dona a piene mani fortune propizie ed abbondanza. Un'altra Famiglia di Lwa Rada profondamente legata ad Ogun, è quella dei Kisimbi. I Kisimbi sono Lwa Serpente che ad un primo sguardo non sembrano particolarmente connessi con l'Arte della Guerra: maghi potentissimi particolarmente legati all'Acqua, i Kisimbi sono silenziosi e schivi, amano la frescura delle rive e l'ombra delle foglie, ed esprimono la loro immensa forza manipolando l'Energia e muovendosi negli spazi liquidi attraverso i Mondi. Eppure un canto antico dice:

 

Simbi dell'Acqua è nella sua casa
Papa Ogun lo è venuto a trovare.

 

Questo ha tremendamente senso: tra tutti i Kisimbi ce n'è uno che si chiama Simbi Ganga, che è proprio un Soldato. Protettivo e coraggioso, Simbi Ganga è un combattente fiero. Piano fisico o Piano astrale per Ganga non fa differenza, Lui scende in campo insieme ai suoi Devoti. Per Lui si canta così:

Simbi Ganga io ti sto chiamando
e se porteranno i coltelli
e se porteranno le spade
io non avrò paura.

 

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GIAPPONE: Sempre in merito ai numi della guerra merita particolare attenzione il Giappone, patria dei Samurai, casta guerriera che da sempre rappresenta un grandioso esempio di etica cavalleresca. Il dio della guerra e protettore dei samurai è Hachiman, considerato anche patrono stesso del Giappone, degli agricoltori (ennesimo collegamento fra guerra e agricoltura) e dei pescatori. I Samurai non erano solo abilissimi nell’arte del combattimento, essi avevano un rigoroso codice morale che prende il nome di Bushido, la Via del Guerriero, ed incarnava valori importantissimi per la comprensione profonda di questo articolo. I principi di questa nobile filosofia sono:

 

Gi - Onestà e Giustizia: “Sii scrupolosamente onesto nei rapporti con gli altri, credi nella giustizia che proviene non dalle altre persone ma da te stesso. Il vero Samurai non ha incertezze sulla questione dell'onestà e della giustizia. Vi è solo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato”.

Yu - Eroico Coraggio: “Elevati al di sopra delle masse che hanno paura di agire, nascondersi come una tartaruga nel guscio non è vivere. Un Samurai deve possedere un eroico coraggio, ciò è assolutamente rischioso e pericoloso, ciò significa vivere in modo completo, pieno, meraviglioso. L'eroico coraggio non è cieco ma intelligente e forte”.

Jin – Compassione: “L'intenso addestramento rende il samurai svelto e forte. È diverso dagli altri, egli acquisisce un potere che deve essere utilizzato per il bene comune. Possiede compassione, coglie ogni opportunità di essere d'aiuto ai propri simili e se l'opportunità non si presenta egli fa di tutto per trovarne una. La compassione di un samurai va dimostrata soprattutto nei riguardi delle donne e dei fanciulli”.

Rei - Gentile Cortesia: “I Samurai non hanno motivi per comportarsi in maniera crudele, non hanno bisogno di mostrare la propria forza. Un Samurai è gentile anche con i nemici. Senza tale dimostrazione di rispetto esteriore un uomo è poco più di un animale. Il Samurai è rispettato non solo per la sua forza in battaglia ma anche per come interagisce con gli altri uomini. Il miglior combattimento è quello evitato”.

Makoto - Completa Sincerità: “Quando un Samurai esprime l'intenzione di compiere un'azione, questa è praticamente già compiuta, nulla gli impedirà di portare a termine l'intenzione espressa. Egli non ha bisogno né di "dare la parola" né di promettere. Parlare e agire sono la medesima cosa”.

Meiyo – Onore: “Vi è un solo giudice dell'onore del Samurai: lui stesso. Le decisioni che prendi e le azioni che ne conseguono sono un riflesso di ciò che sei in realtà. Non puoi nasconderti da te stesso”.

Chugi - Dovere e Lealtà: “Per il Samurai compiere un'azione o esprimere qualcosa equivale a diventarne proprietario. Egli ne assume la piena responsabilità, anche per ciò che ne consegue. Il Samurai è immensamente leale verso coloro di cui si prende cura. Egli resta fieramente fedele a coloro di cui è responsabile”.

 

ARMI SACRE: Altro dato interessante da notare è che iconograficamente quasi tutte le divinità associate alla Guerra portano come arma principale una lancia e non la classica spada.  La lancia è il raggio di luce che colpisce il bersaglio, basti pensare ad esempio al Dio della luce Lugh, il Samildanach “esperto di molteplici arti” che era appunto il portatore della lancia, anche se in alcune tradizioni viene scambiata con la spada di Nuada. La lancia ha un significato simile alla freccia, la forza travolgente della battaglia, che mira dritta alla vittoria finale. La lancia è anche una delle armi più usate anticamente, in genere la prima arma che si dava a un giovane arrivato all’età della maturità. Si può ricordare ad esempio lo “spiedo” di Odino, una sorta di piccola lancia che Egli scagliava sul campo di battaglia decidendo le sorti dello scontro.  In genere la lancia non dà scampo, indica un volere contro il quale nulla può sfuggire. È la determinazione, è la volontà divina che rende “visibile” il suo giudizio.

La spada invece è maggiormente legata all’aspetto guerriero più spirituale: rappresenta le emozioni che guidano ogni azione, è il fuoco che può sia purificare sia distruggere, è il simbolo del potere. Interessante è notare che in molte tradizioni la spada è associata al punto cardinale del Sud, oltre che al fuoco. Il Sud è legato alla luce, al Sole, allo splendore interiore che ricaccia l’abisso. È la forza sprigionata da “dentro”, l’anima più forte della materia. Non a caso è diventato simbolo del classico cavaliere medievale senza macchia e senza paura e in questo caso non si può non ricordare la mitica Excalibur, la spada di Re Artù: in alcune tradizioni fu estratta dalla roccia, evocando il simbolo della Terra che offre la sua forza generatrice, la Grande Madre che mette in mano al Suo prescelto il suo potere distruttivo; in altre tradizioni, l’Excalibur gli fu donata dalla Dama del Lago, chiamata Nimue (anche se alcuni ritengono che invece sia una figura derivata dalla “lavandaia del guado”, quindi Morrigan). Anche in questo caso è l’elemento essenziale della vita che offre il mezzo per proteggerla, offrendo la sua capacità di decidere la vita e la morte della Terra.

Altra arma dall’alto valore simbolico è l’ascia bipenne, anche detta Labrys o, meno usuali, Pelekys o Sagaris. Questa arma è stata associata a Giano per la sua doppia lama che richiama i due volti del Dio, rivolti uno al passato e uno al futuro, dove la folgore (il fulmine di cui abbiamo parlato più volte all’interno di questo articolo) richiama il centro del tutto, l’essenza dell’attimo presente. Il termine Labrys deriva da labirinto, simbolo della prova iniziatica per eccellenza, ossia il perdersi seguendo strade tortuose per poi finalmente ricongiungersi al centro del Sé. Proprio a Creta, infatti, l’ascia bipenne era il simbolo sacro del Dio Supremo, chiamato appunto Labrys. Nel labirinto di Knosso era posta al centro proprio un’ascia bipenne. Anche la Dea Madre minoica, La Signora dei Serpenti, aveva come simbolo sacro il Labrys, simbolo legato al tempo ma anche alla trasformazione, richiamando nelle sue forme la clessidra e anche la farfalla. Ma l’ascia bipenne era per i Cartaginesi anche simbolo legato alla Dea Tanit, mentre per i per i Caldei l’ascia era l’emblema di Ramou, il Dio supremo detto appunto “Dio dell’ascia”. Gli Egiziani la attribuivano a Aroueris, primo nome dato a Horus risorto e altre tracce dell’ascia bipenne son stati ritrovati anche presso gli Aztechi e in seno al culto di Zeus.

Infine, altra arma sacra è l’arco e le frecce, da sempre simbolo di guerra e caccia ma anche della forza vitale, del fulmine e della luce. L’arco è sempre stato considerato un’arma regale e cavalleresca, un’arma che, come racconta in particolare la tradizione orientale, non necessità di forza fisica ma di forza spirituale, ossia attenzione, ferrea volontà e un cuore puro. Secondo i Cinesi, infatti, chi ha un animo nobile centrerà subito il suo bersaglio. Arco e freccia sono il simbolo sacro del potente Shiva, ma anche del Dio del sole Apollo, del Dio egizio Anubis e della Dea della caccia Diana. Anche Cupido, incarnazione dell’amore, ha come arma l’arco, a simboleggiare la violenza fulminea con cui il sentimento può scattare. Nella psicologia del profondo è il Sagittario a raccontarci meglio l’essenza dell’arco: un grosso centauro, creatura per metà umana e per metà bestia, che scaglia una freccia verso il cielo. Essa è a parer mio la perfetta manifestazione dell’uomo animale che cerca di penetrare con la sua freccia di luce oltre la fitta coltre di tenebre, fino a raggiungere il cielo e il sole, fonte di una luce più grande. L’arco è anche simbolo fallico, essa richiama infatti al membro maschile che con vigore scaglia il suo dardo fecondante. Il fulmine e il sole sono fortemente legati all’arco, infatti presso sia presso i Nativi Americani che in Oriente, c’era la tradizione di dipingere le frecce son una linea rossa a zigzag, volta proprio a rievocare l’iconografia del fulmine e del raggio solare. Altra curiosa leggenda legata all’arco è quella di Ulisse, il quale era l’unico che riusciva a usare il suo arco, nessun’altro, a rimarcare dunque il suo potere di re. Questa leggenda non ricorda forse la spada di re Artù?

Insomma, come possiamo notare tutte questi strumenti di guerra, nonostante il loro uso sanguinario, incarnano quasi sempre il significato di fuoco, luce e fulmine, tutti elementi volti a simbolizzare la potenza dell’azione, l’energia del dinamismo con cui ogni essere vivente perpetua i moti dell’esistenza.

 

DEMONI DELLA GUERRA: Quando si parla di Dei della Guerra, in ambito goetico, non è semplice, nel senso che i Demoni, in quanto tali, sono impegnati insieme a Satana in una grande battaglia al fianco dei propri figli e pertanto quasi la totalità delle Fiamme Sataniche agisce come un nobile Dio della guerra. In tale contesto ci limiteremo a citarne solo alcuni con cui abbiamo avuto dirette esperienze. Parto riportando alcune descrizioni di Jennifer:

 

Baal – Baelzebub - è un grande signore del comando, un dio che, come il toro a Lui sacro, sa essere molto benevolo e saggio in tempo di pace, così come può diventare feroce e inarrestabile una volta scatenata la sua ira, una furia mai immotivata e quasi sempre scatenata da quegli eventi che tendono a sovvertire l’ordine naturale o semplicemente ferire ingiustamente i suoi figli. Baal è infatti un Dio molto protettivo e la sua forza è davvero simile a quella del toro: calmo, imponente, imperturbabile, scatena tutta la sua potenza quando meno te lo aspetti, solitamente quando la sua proverbiale pazienza è arrivata al limite. Baal muove guerra solo quando è strettamente necessario ma se lo fa è escluso che possa perdere. Egli desidera la collaborazione e il cameratismo all’interno della Famiglia di Satana e non sopporta chi in nome di ego, invidie e antipatie personali crea divisioni che indeboliscono il gruppo dall’interno. Baal odia l’infamia e il tradimento, è un Dio bonario e protettivo ma anche ferreo nell’esercitare la giustizia, oltre ogni buonismo.

Altresì si potrebbe dire dell’implacabile Azazel, un Dio noto per la sua abilità nella creazione e nell’uso delle armi e per la sua tenacia in combattimento. Azazel ha il sé l’aspetto purificatore del sole, un sole ardente che non si limita più soltanto a rischiarare e riscaldare, ma può anche bruciare al fine di eliminare tutto quello che è corrotto e dannoso per l’ordine naturale. Azazel è un Dio della natura, legato ai cicli e alle stagioni, Egli è il fanciullo radioso del Solstizio d’Estate, capace di infondere nei suoi protetti forza, entusiasmo e coraggio, ma al contempo talvolta anche eccessiva esuberanza e avventatezza. Azazel ha un temperamento sanguigno, ha la forza di un fiume in piena e quando è preso dall’ira diviene irrefrenabile e impetuoso. Questo Principe Incoronato detesta profondamente le ingiustizie, gli abusi, la corruzione e se scopre qualcuno con tali basse qualità farà tutto quello che è possibile per fargliene pentire.

Un Demone della Guerra che non possiamo ignorare è poi l’oscuro Glasya Labolas, un Dio dai tratti efebici e l’astuzia dei vegliardi. Glasya è silenzioso e molto legato all’aspetto sinistro del Culto, Egli insegna a combattere attraverso la Magia e non di rado si è rivelato sanguinario con i Nemici del Culto. Glasya ama la natura selvaggia e isolata, dove il Satanista può addestrare se stesso per la Guerra Spirituale di cui è protagonista, attraverso la Magia e anche attraverso l’azione terrena. Glasya sa insegnare ai suoi eletti forti capacità persuasive, nonché l’abilità di riconoscere inganni e rivelare i segreti dei nemici. Questo Dio  silenzioso, apparentemente freddo, le sue lezioni sono dure e i suoi protetti sanno che con Lui non c’è spazio per la debolezza o la schiavitù derivante da un’incontrollata emotività. Tuttavia, ironia della sorte, Glasya può favorire la follia estatica e il totale abbandono dei freni inibitori. Sua è la meditazione sciamanica e altrettanto sua è l’abilità di aprire varchi dimensionali per attingere alle energie caotiche, sebbene il suo codice di onore sia comunque ferreo. Anche Glasya infatti, nonostante i suoi metodi spesso estremi, è un Dio che odia l’infamia, il disonore e la codardia. È un Ente che preferisce operare nell’ombra e di Lui si dice che fosse Guardiano di una setta mistica di monaci guerrieri che abitavano come eremiti sulle montagne, asceti guerrieri che spesso scendevano dalle montagne per fare delle incursioni nei centri abitati, uccidendo segretamente quelle persone che avevano osservato e identificato come persone malvagie e senza onore. Non è infatti raro che un Demone possa divenire Guardiano non solo di un singolo Iniziato ma anche del suo stesso gruppo. Ciò accade quando un Ente prende particolarmente a cuore una realtà satanica, magari quella fondata da un suo protetto, scegliendo così di estendere il suo patrocinio anche a tutti i suoi membri realmente coinvolti. A differenza però delle stupide ed egoiche faide umane fra differenti gruppi, gli Dei della Famiglia di Satana restano sempre complici e cooperativi, cercando sovente di unire i membri più autentici di ogni gruppo ed ostacolando gli elementi corrotti.

 

Kate poi ci parla anche di altri importanti Demoni guerrieri che ha incontrato:

 

Halphas è il soldato valoroso, colui che è condottiero formidabile e magnifico Maestro dell'Arte della Guerra. Halphas è in grado di dominare e gestire tutti gli aspetti della Guerra: Egli è capace di edificare Fortificazioni e Torri, e dalle Torri osserva e vede, provvedendo puntualmente all'approvvigionamento di armamenti ed elaborando eccellenti Strategie. Oltre a questo è un combattente inarrestabile, in grado di maneggiare la spada con maestria e di comandare il Fuoco, tramite cui può radere al suolo le fortificazioni avversarie. Strenuo fautore di Libertà, Verità e Giustizia, si dice che possa decidere di scatenare guerre per il piacere di sconfiggere i nemici di coloro che gli stanno a cuore, e che ami unirsi personalmente alla battaglia, per sostenere i Suoi e anche per il piacere di prendere parte al combattimento. Anche in tal caso vediamo dunque in questo Signore della Guerra una divinità che lotta per proteggere ciò che gli è caro e non per semplice smania sanguinaria.

Un altro Dio che presenta aspetti di Guerriero è Volac. Questa mia affermazione suona senz'altro inaspettata, perché guardando il bellissimo Fanciullo dei Serpenti, di sicuro non ci viene in mente nulla che sia collegabile alla Guerra - e inoltre, onestamente, su Volac non si trova mai praticamente niente: l'unico modo per trovare Volac è cercare Lui, lasciare che i suoi silenzi tessano strade attraverso il Mondo Antico. Un giorno ho trovato Volac tra i Kisimbi, descritto in ogni suo aspetto: Makaya il Mago, che piega la Realtà manipolando l'Energia, Anpaka che sa guarire ogni male e ogni maleficio, Andeezo-Dlo che tutto vede, celato dalle sue nicchie d'Ombra e di silenzio sulle rive, eppure così legato a Ogun, perché è nella sua Casa che Papa Ogun è venuto a trovarlo. Perché Ogun è nella casa di Simbi? Cosa ha a che fare Simbi con il Tuono, e con la Guerra? La risposta è Simbi Ganga, il Soldato coraggioso che protegge i suoi Devoti: l'aspetto Guerriero dei Kisimbi. Restiamo su Ganga: Lui ha Arco e Frecce. Impaziente di conoscere, di Volac, le sue altre Armature e tutte le sue Vesti, mi sono imbattuta in Wadd, il Dio delle Oasi e dei Serpenti caro ai Pagani dell'Arabia Antica: qui ho trovato un Dio di Pace, il cui Nome significa Amore nel suo significato più puro di Fraternità e Amicizia vera. Wadd dispensa Acqua e frescura, detesta la sofferenza non necessaria, rifiuta i sacrifici e preferisce che gli si offra latte. Risplende nel punto esatto in cui la prima e l'ultima falce di Luna incontra Venere e vive ovunque scorra acqua vivificante sotto il cielo della sera. Lui sa guarire e concede il bene generosamente, e la sua paredra, Suwa, è la Dea della Serenità. Eppure Wadd è armato fino ai denti! Ha sia Lancia che Spada, e ha anche Arco e Frecce. Ha anche due fratelli: Nakruh, il Dio di Saturno, e Hubal, il Dio rosso che ha il braccio destro d'Oro e che è il Maestro della Guerra. Wadd è quello che, se viene invocato prima di scendere in battaglia, porta la Vittoria in combattimento. La strada per capire appieno Volac-Dio-Della-Guerra è ancora molto lunga, eppure già da ora in qualche modo so che Lui è anche questo. Non solo, ma anche. Vento fresco e tempesta, silenzio assordante e scatto letale, acqua e pietra, sorriso e Ombra. Per quanto poco possa valutare certe questioni umane, per i Suoi Lui c'è, e se è tempo di Guerra, Volac è un Maestro anche in questo

 

Questi riportati sono solo alcuni esempi di come gli Dei della  Guerra siano in realtà molto più complessi di quanto banalmente si possano considerare e di come siano associati di fatto più alla vita che alla morte. Diventa evidente come essi incarnino un equilibrio perfetto tra la crudeltà della battaglia e il senso di giustizia più puro.  Fra tutti c’è da citare infine una divinità molto fedele a Satana, fedele alla Madre e alla sua Famiglia Spirituale. Questa divinità spesso diffamata, soprattutto perché se ne è sempre considerato unicamente l’aspetto cruento e selvaggio. Mi riferisco al grande Signore della Foresta, del Fuoco e del Sangue, ossia il nobile Andras. Questo potente Dio è citato nella Goetia come colui che è l’emblema della pura crudeltà fine a se stessa, un signore oscuro e terribile noto per aver ucciso numerosi evocatori indegni del Sacro Satanico, un Demone di fronte al quale bisogna tremare e temere. E sarò sincera, questo aspetto è reale, è presente, fa parte del Suo Essere, ma questa terrificante ferocia nei fatti contro chi è rivolta? Così come nelle molteplici forme degli Dei Guerrieri del passato, allo stesso modo Andras mostra la ferocia del Lupo e l’oscurità del Corvo, una tenebra e una violenza primordiale da tirar fuori quando è necessario difendere, proteggere o riportare nel giusto equilibrio determinate situazioni.  Andras, nell’aspetto guerriero, è la Giustizia allo stato puro, è l’equilibrio tra la bellezza di un’emozione e la forza cruenta della spada che dilania la menzogna, la potenza della lancia che non lascia scampo. In Andras si riassume il significato più puro dell’antico ideale associato alla Guerra: il duello tra i due re che decidono le sorti della battaglia senza coinvolgere il popolo inerme. Nelle leggende celtiche, il re Nuada, dopo aver perso il braccio, fu nuovamente sfidato da Sreng (colui che nella prima sfida lo mutilò); egli non esitò un solo istante e accettò pur essendo gravemente ferito, ma chiese che egli si legasse un braccio alla schiena in modo che il duello fosse alla pari. Sreng rifiutò, perché nel primo scontro essi erano alla pari, allora gli Dei decisero di porre fine alla Guerra lasciando a Sreng un territorio a sua scelta, per una civile convivenza fra loro. Equilibrio: il coraggio del guerriero di affrontare una battaglia pur sapendo di essere nettamente in svantaggio e la saggezza di scegliere come e quando combattere, come porre fine alle violenze. Anche questo fa parte dell’antico concetto della Guerra, che spesso è necessaria ma non è la sola arma di cui un uomo dispone; è il guerriero che sa scegliere le giuste battaglie.

 

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Oggi giorno gli Dei della Guerra hanno assunto il significato che nei tempi moderni viene dato alla guerra stessa: sono diventati mostri sanguinari, esser brutali il cui unico scopo è portare devastazione e morte, dimenticando quello che era il Loro significato originale. Hanno subito una mutazione molto simile a quella che Seth subì nella cultura egizia: da protettore della vita a guerriero poco intelligente e crudele. Così come Andras da Dio Guerriero protettore delle foreste, del sacro fuoco e di ogni forma di vita che merita di essere difesa, è passato a Demone mostruoso che incarna tutto ciò che è terribile e spaventoso. Ma in verità gli Dei della Guerra sono Dei della “vita prima della morte  e della morte prima della vita”. Sono l’equilibrio che manca al Caos e il Caos che genera le forze dell’equilibrio.

 

 

Paola Difilla

Anno MMXIX

 

 

 

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